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Nel segno della verità

Le vie del giornalismo tra odio, fake news e disintermediazione

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Vittorio Roidi

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Salvare il giornalismo, il momento è importante. La crisi impazza, le aziende editoriali sono in rosso, licenziano i redattori e tagliano i bilanci, mentre le edicole chiudono e la carta stampata sembra destinata a scomparire. Furoreggiano i social network ma i contenuti che scaricano in Rete sono ambigui, talvolta odiosi, sempre più spesso falsi.
È tempo di cambiare strada perché quella che si sta percorrendo appare priva di sbocchi. Per fortuna c’è fame di informazione. Il cittadino cosa chiede? Prodotti buoni, se possibile garantiti dal venditore, né più né meno di ciò che il consumatore vuole quando va ad acquistare qualcosa al mercato. Quella che manca non è la domanda ma una risposta che soddisfi. Se il cittadino non la trova cambia negozio, si rivolge altrove. Il prodotto deve cambiare perché anche le notizie sono un bene commerciale.
Informare la collettività con scrupolo, mettendosi al servizio del lettore, sempre, di fronte a qualsiasi avvenimento. Gli inglesi hanno votato sul referendum per la Brexit e gli americani hanno eletto Donald Trump presidente sulla base di informazioni false. Tocca ai giornalisti cercare la verità, sconfiggere le fake news, smascherare i bugiardi. Per svolgere un simile compito devono avere credibilità e questa si misura sia col metro della libertà che mostrano nel loro lavoro sia con quello delle verità che essi riescono a scovare. Le moderne democrazie sono sorte sul pilastro di una stampa libera e pluralista, ora mostrano di avere bisogno di un’informazione veritiera.